Quando mi hanno chiesto perché, io ho risposto: perché l’immaginazione è il patrimonio più grande che possiedo.

Erano passati troppi anni da quando avevo interrotto la mia ricerca pittorica ed è stato necessario ricominciare da capo.

Negli ultimi sei anni ho studiato la figura umana, la composizione, i colori e questa ricerca è stata fruttuosa, faticosa, inquietante. Ero partita da sensazioni, emozioni, reminiscenze del passato, senza avere il mestiere in mano. Sembrava libertà di pensiero, ma era solo la via più facile, l’unica che conoscevo.

In seguito c’è stato: studio, ordine, rigore, abnegazione che mi hanno dato la coscienza di quanto ancora avrei dovuto conoscere, imparare a capire e vedere. L’incontro con il corpo umano, la materia e un modo più attento di leggere le cose è stata per me un’impresa titanica, portata avanti con umiltà e determinazione. All’inizio si pensa di conoscere tutto spontaneamente, che il talento di per sé sia tutto, ma non è così. Questa sensazione deriva dal fatto di veder nascere da un foglio, da una tela bianca una creazione, ci si sente capaci e potenti … sì, è sicuramente questo. Successivamente ci si rende conto di quanto lontane e superficiali siano queste sensazioni rispetto la realtà. Ciò che ignoriamo è immenso e più ci si addentra, più si intende e più ci si sente ignoranti e incapaci. Per questo motivo non si può che essere umili.

Allora preme l’esigenza dello studio, di un metodo, la ricerca di un maestro, i confronti, la lotta con il tempo, con il desiderio di dipingere solamente, mentre il quotidiano chiede tutt’altro e quindi un’alternanza continua tra abnegazione e momenti di sconforto, ansia, crisi di identità, inadeguatezza. Impossibile separare la vita dall’arte. Impossibile essere compresa dalla famiglia e dagli amici che si vedono portare via tempo, attenzione e denaro.

Un lavoro immenso e non solo dal punto di vista artistico.

In primavera decido di andare a Parigi; un’immersione totale in: Monet, Manet, Sisley, Cézanne, Van Gogh, Rousseau…ed ecco che la ribellione, già nell’aria da alcuni mesi, trova dei confini precisi durante e dopo questo viaggio.

Potrei andare avanti con il percorso della Buona Novella, sarebbe facile, scontato, un processo ormai sedimentato e approvato, ma io non voglio. Desidero partire da dove sono arrivata e usare le conoscenze acquisite per entrare in universi diversi, forse paralleli, non so esattamente. So che questo cambiamento non verrà capito, verrà accolto con diffidenza e criticato, ma io sono una creatura selvaggia e penso che devo percorrere la mia strada, qualunque essa sia, al di là delle aspettative comuni.

Per quanto mi riguarda sono stanca di rappresentare ciò che osservo, mi sento prigioniera del reale e ho bisogno di qualcosa di diverso. Mi sento legata dalle linee, dalle proporzioni, dalla figura umana, come se queste tessessero la fitta trama di una rete che mi impedisce di respirare.

Così penso che l’immaginazione sia la mia più grande ricchezza e vale la pena tentare di metterla su tela. Ho impiegato mesi per capire ed elaborare il nuovo linguaggio e il metodo con cui procedere eliminando il segno, il disegno. Non si parla di linee, ma di superfici, macchie di colore a volte complementari fra loro e per lo più, ma non necessariamente, evocative. Tutto viene traslato ed è il ricordo o il “caso” a determinarne le immagini, i confini, le relazioni e i colori. Il ricordo determinato dal passare del tempo, trasforma l’immagine in simbolo attraverso l’elaborazione emozionale. E’ sulla linea immagine-tempo-simbolo che si ripercorre ciò che rimane dei sogni, degli ideali, delle intenzioni, dei sentimenti. Ciò che appare casuale, non è altro che la forma esteriore di un sedimentato percorso interiore. La realtà fisica che mi circonda non ha niente a che fare con questa nuova ricerca che prende vita da ciò che è impalpabile, aereo, spirituale e usa icone reali per comunicare con persone reali, di un mondo ideale. A tale scopo le immagini reali non sono più sufficienti, c’è la necessità di un nuovo linguaggio con un alfabeto e una sintassi diversi ed ecco il perché delle campiture colorate. L’approccio è altrettanto rigoroso rispetto alla precedente forma di espressione, il confine delle forme evocate, le campiture, l’inclinazione della pennellata, la composizione, hanno un valore assolutamente oggettivo.

L’uso plastico di un colore steso con pennelli di setola dura in direzioni opposte, ortogonali o inclinate, lo trasformano in “colori diversi”. La pennellata dura forma dei solchi che la luce è costretta a seguire e a ogni cambiamento di direzione si associa la sensazione di un cambiamento di tono.

Si parla di work in progress che ha visto le sue origini nella grafica, ancor prima della pittura. Usando tecniche e soggetti tradizionali si sono ottenute frammentazioni di immagini stampate in successione su carte bagnate, accartocciate e poi stese. Così nella pittura, come nella grafica, l’immagine è stata deframmentata stabilendo la scelta di alcune parti, eliminandone altre; su questi frammenti è stato eseguito un successivo lavoro di rielaborazione e conseguente ricomposizione dell’insieme, seguendo un ordine diverso rispetto all’origine. La selezione delle parti è inversamente proporzionale alla loro significatività. La sequenza di tali immagini ha suscitato un impatto molto forte, assolutamente imprevedibile. Questo procedimento non lascia spazio a grandi dimensioni, trattando effettivamente i frammenti, per cui è stata necessaria un’ulteriore evoluzione

Attraverso l’osservazione dei frammenti sono arrivata all’idea dell’immagine spirituale, all’immagine-tempo-simbolo. Se voglio rappresentare la perdita di una persona cara, non dipingerò la persona, ma la sua poltrona vuota, così se vorrò rappresentare una sposa tradita, né dipingerò solo il vestito. Un frammento di un insieme, un particolare non significativo.

Il non significativo.