Come c’è differenza tra una parola e la frase, tra una nota e il rigo musicale, così è diverso pensare a un quadro piuttosto che a una sequenza di quadri.

Si può dipingere su una tela un foglio di carta e null’altro e si apre un discorso che comprende infinite variabili, ma pensare a una sequenza di quadri con elementi che compaiono e poi scompaiono, mutano di forma e colore o vengono sostituiti con altri, equivale creare una storia.

Ed ecco che il foglio di carta diventa:

  1. le parole che non ho scritto dialogano nel bosco” e

  2. si accartocciano perdendosi nell’attimo sconosciuto della dimenticanza”,

  3. si trovano lì dove le nasconde il vento” e

  4. il dialogo si interrompe”, ma solo in apparenza, perchè poco lontano, nel mondo dei ricordi il cui luogo è in bianco e nero, appare un simbolo e la sua ombra:

  5. la mela cotogna” … e il significato è tutto lì, in ciò che apparentemente sembra slegato e non significativo.

5 quadri, una sequenza, una storia, una poesia.

Questo il significato del cammino degli ultimi anni.

Di questo parla “Il giardino delle mele cotogne”: del luogo dell’ immaginario dove non ci sono veti fisici, sociali, morali, religiosi o di altro genere. Cogliere la mela nel giardino dell’Eden era cosa proibita, qui invece non esiste veto alcuno da parte di qualsivoglia creatura divina o umana. Non c’è niente di proibito ed è tutto proibito, ma intoccabile. Nulla e nessuno può avanzare pretese verso l’immaginario di qualcun altro.

La sequenza è formata da finestre che si aprono una sull’altra e quando si pensa di chiudere l’ultima se ne apre un’altra in tutt’altra direzione. Impossibile ignorarla, bisogna percorrerla fino in fondo e poi di nuovo e ancora una volta e una volta ancora.

Mi dicono :- Questi sono paesaggi!- . Nient’affatto Signori, ma se dobbiamo farne una questione, basta mettersi d’accordo sul termine “paesaggio”. Non mi va di parlare di ciò che è o non è, di ciò che sembra o ricorda, non è questo il punto. Il punto è che tutto questo esiste dal preciso momento in cui io lo penso.

Così non importa come sono io, sono e continuo a essere dal momento in cui: penso, sento e ho paura e coraggio e voglia di vivere.

Sono quella che devo essere, che piaccia o no. Non mi era possibile essere in nessun altro modo a me conosciuto o sconosciuto. Così, per la mia pittura.

Una sequenza sembra richiedere un ordine, una codificazione, ma non ha niente a che vedere con il calcolo preciso, con la schematizzazione, con lo scorrere all’interno di binari prestabiliti. Ha invece il sapore di un rebus all’interno del quale regna il caos o l’ordine, è una questione di scelta. Alla fine nemmeno la numerazione riporterà all’ordine ciò che è caos.

Per questa numerazione ho pensato immediatamente alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico (22 è la circonferenza, approssimata per difetto, di un cerchio il cui diametro è 7, uno dei numeri chiave della creazione). Sono tutte consonanti, accanto ad esse 9 vocali, rappresentate da punti.

La Cabalà afferma che le 22 lettere sono preesistenti alla creazione del mondo ed ognuna di esse è lo strumento attraverso il quale un intero settore della creazione fu formato e fatto. Tramite opportune combinazioni di lettere Dio creò ogni cosa che esiste nei mondi spirituali e materiali.

A ogni lettera corrisponde una forma e un preciso valore numerico.

Ecco che il mondo si fa complesso ed io penso che mi ci vorranno anni prima di conoscere e capire la Cabalà per cui mi rendo conto che la Cabalà non può aiutarmi nell’immediato e studio, cerco una codificazione diversa.

Leggo di un antico gioco di origine babilonese, oggi conosciuto in tutto il mondo, che prende nome e forme diverse a seconda dei luoghi. Il nome romano è Clàudus, la sua prima rappresentazione viene tracciata sul lastricato del Foro Romano durante il periodo dell’Impero Romano e sul lastricato di una casa a Pompei.

Lo conosco, “è mio”, appartiene alla mia infanzia.

Si tratta della Campana, del Portone, dello Scalone, dello Hopscotch…

E’ diviso in settori, ha una sequenza, una numerazione ed è composto da cielo e terra. Sembra sia l’imitazione di antiche pratiche astrologiche sia nel numero degli scomparti, sia nel sasso che viene lanciato nella casella, simbolo del sole che entra e esce dalle costellazioni. Molto affascinante.

Così decido di frammentare i dipinti del mio immaginario di scomporli e di inserirli nel Clàudus variandone l’ordine e creando il caos. Numero le varie caselle, ne segno il profilo, ma niente è più come prima. Muta l’elemento complessivo d’origine.

L’ordine è solo apparente, eppure, così appare ad un osservatore disattento, per la composizione in caselle e per la progressione numerica, ma le caselle sono solo un pretesto per raccontare una storia che non ha un inizio e nemmeno una fine, che forse continua nell’ipotetico sasso, che è diventato una piccola piastrella dipinta e forse non si ferma nemmeno lì. I numeri non seguono la sequenza del mio percorso immaginario e della mia storia, ma seguono le regole del gioco.

Il disegno e i segni sono sostituiti da macchie di colore, elementi dell’immaginario definiti dal passare del tempo e trasformati in simboli. All’improvviso, può apparire un elemento realista che costituisce l’eccezione, la variabile. Ogni casella dialoga con la casella vicino e con lo sfondo, ma la ragione della sua esistenza è solitaria, primaria.

L’opera viene dipinta su superfici di tela grezza, non è escluso l’uso della foglia d’oro.